MASSIMO NUMA - TORINO
Voglio personalmente restituire
la medaglia di bronzo del Quirinale al presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano e anche l’encomio solenne, al Comando Generale dei
carabinieri». Due paginette scritte con il pennarello nero; frasi
brevi, lungamente meditate. Dove traspare commozione e anche tutta la
rabbia del maresciallo dei carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio
ambientale, Riccardo Ravera, ora indagato dai pm di Torino per concorso
in estorsione, assieme a un poliziotto della Stradale, Giuseppe
Cavuoti.
Nome in codice «Arciere», il maresciallo fu il vice
del capitano «Ultimo». Già. Perché l’uomo che oggi vuole strapparsi dal
petto la medaglia, mise le manette ai polsi di Totò Riina, la mattina
del 15 gennaio 1993, a Palermo. I suoi guai partono da lontano, nella
notte del 19 febbraio 2004 quando, dalla palazzina di caccia di
Stupinigi, furono rubati decine di mobili antichi. Un vero tesoro,
valevano milioni di euro. Un anno dopo, furono ritrovati in un prato.
Intatti. E tutta una gang di antiquari-ladroni finì in cella. Merito
soprattutto di «Arciere» e del suo collega agente, pure lui
destinatario di un encomio solenne, da parte del ministero degli
Interni. Complessa indagine, tra stranezze e colpi di scena: l’Ordine
Mauriziano aveva denunciato il furto di 38 mobili d’arte. «Arciere» ne
fece ritrovare 42. Curiosa differenza, mentre a Stupinigi stavano
indagando un po’ tutti, squadra mobile, Digos, Servizi segreti, Ros. E
pure gli investigatori privati delle assicurazioni. Dal Mauriziano
furono pagati per il riscatto 250 mila euro, con buona pace di molti,
perché il valore del bottino era molto superiore. Da qui, parte
l’indagine-bis.
Un lungo lavoro sul filo del rasoio, quello di
«Arciere». Che il procuratore capo della Repubblica di Torino, Marcello
Maddalena, in una lettera del 5 dicembre 2005, inviata all’allora
comandante generale dell’Arma, generale Luciano Gottardo, definì così:
«... Il particolare impegno del maresciallo Ravera... che ha
manifestato e dato prova di particolare capacità investigativa, di
tenacia, professionalità e di correttezza, dote assolutamente
essenziale in un’indagine come questa, avvalendosi della rete
confidenziale da lui posseduta e gestita, poneva anche problemi di
deontologia e di giusta cautela, nel trattare e valutare gli elementi
acquisiti per siffatta via... ».
Il vice di «Ultimo»
(attualmente in servizio a Roma, al Noe, nucleo operativo ecologico)
è
amareggiato ma deciso a lottare: «Aspetto sereno le conclusioni
dell’inchiesta. Posso solo dire, oggi, che ogni passo fu
concordato e
condiviso con il comando. Ho moglie e due figli, il mio stipendio
è di
1500 euro al mese, ma il maresciallo Ravera, di soldi sporchi, non ne
ha mai presi. Neanche un solo cent». Una carriera tormentata, la
sua.
Dopo la cattura di Riina, la squadra guidata da «Ultimo»,
non ebbe poi
una grande fortuna. Nel ‘99 fu smantellata e tutti i suoi
componenti,
«Arciere», appunto, «Vichingo»,
«Nello», «Omar», «Ombra» e
«Pirata»,
furono tutti trasferiti da Palermo. Qualcuno si congedò. E
Ravera?
Eccolo,
alla fine, nella stazione dei carabinieri di Pinerolo, dopo una breve
parentesi nei Ros. Tra i protagonisti dell’operazione «Cartagine»,
contro i narcos della mafia venne di nuovo allontanato. Destino amaro.
Contro il suo trasferimento a Pinerolo, si mosse persino la procura di
Torino che tentò - invano - di bloccarlo. Ci fu solo un inutile scambio
di lettere, ma l’Arma fu irremovibile.
Il suo avvocato di
fiducia, Loredana Gemelli, è polemica: «Da mesi chiedo che il
maresciallo sia interrogato. In cambio, solo silenzio. Le accuse sono
false, mosse da un clima velenoso, da rivalità, invidie. Dimostreremo
la sua totale innocenza». Echi di polemiche ormai lontane: «Ma il mio
vero nome non doveva essere diffuso. Ragioni di sicurezza, di difesa
della mia famiglia. Invece, all’improvviso, scopro dai media di essere
indagato. Nome e cognome, una vita e una carriera infangate, forse per
sempre. In un giorno mio padre è invecchiato di dieci anni».